L'Europa che Guarda
il Mondo Bruciare
Da quando USA e Israele hanno aperto il fronte iraniano, il vecchio continente si è scoperto diviso, pavido e — come sempre — tardo a capire che la storia non aspetta i convegni diplomatici.
Esiste una scena ricorrente nella storia europea: il continente osserva da bordo campo un conflitto che lo riguarda profondamente, emette comunicati stampati su carta intestata e aspetta che qualcun altro decida. Lo abbiamo visto nel 1914, nel 1938, nel 2022. Lo stiamo rivedendo adesso, mentre gli aerei americani e israeliani disegnano scie di fumo sopra Teheran e i governi europei convocano riunioni d'emergenza che producono — come da copione — null'altro che un comunicato congiunto.
Il conflitto con l'Iran è, a oggi, una guerra regionale grave. Non è la Terza Guerra Mondiale, almeno non ancora, almeno non ufficialmente. Ma le conseguenze sono già qui: lo Stretto di Hormuz trema, il petrolio sale, le capitali del Medio Oriente calcolano quanto a lungo possono restare fuori dal fuoco. E l'Europa? L'Europa ha tre posizioni diverse nello stesso momento — il che, tradotto, significa che non ne ha nessuna.
§ 1 L'Atlantico non è un muro
Partiamo dai fatti. Washington ha attaccato — o ha sostenuto e permesso l'attacco israeliano, che alla fine è la stessa cosa. La Casa Bianca ha poi fatto pressione sugli alleati europei per ottenere basi militari, cooperazione logistica, copertura politica. Qualcuno ha detto sì, qualcuno ha temporeggiato, qualcuno ha risposto con un sonoro no.
La Francia ha spostato la Charles de Gaulle e ha autorizzato l'uso delle sue basi. Il Regno Unito ha fatto lo stesso, rafforzando anche le posizioni difensive a Cipro. Sono i paesi con una tradizione militare autonoma, con bombe atomiche nei sotterranei, con la consapevolezza che nel club dei grandi si entra solo pagando il biglietto in sangue, o almeno in basi aeree. Hanno scelto di stare col più forte, come fanno di norma.
§ 2 La Spagna che dice no
C'è però qualcosa di insolito in questa storia, un elemento che rompe lo schema del gregge atlantico: la Spagna di Pedro Sánchez ha rifiutato. Non ha solo «espresso preoccupazione» o «chiesto moderazione» — il registro preferito dell'ipocrisia diplomatica europea. Ha negato l'uso delle basi spagnole agli aerei americani. Ha smentito categoricamente la Casa Bianca quando questa aveva già diffuso la notizia di un accordo che non esisteva.
Questo è un gesto politico di rilievo. Non cambia gli equilibri militari, ma dice qualcosa sul fatto che dentro la NATO esistono ancora margini di dissidenza, che non tutti i governi europei sono disposti a firmare in bianco ogni dossier che arriva da Washington. Sánchez paga un prezzo politico interno per questa posizione: la destra spagnola lo attaccherà, e probabilmente anche alcuni alleati atlantisti. Ma almeno ha una posizione riconoscibile.
Charles de Gaulle in movimento. Basi concesse. Macron chiede diplomazia a parole, la contradice con i fatti.
Vicinissima agli USA. Basi disponibili. Cipro rafforzata. Il discorso ufficiale è "soluzione negoziata", la realtà è altra.
Sostiene l'asse USA-Israele contro il nucleare iraniano ma teme il crollo economico e i flussi migratori.
Coordina con Francia, Germania e UK. Chiede diplomazia. Una fregata in mare come presenza simbolica.
Sánchez nega le basi USA. Unico governo NATO a dire no pubblicamente e a tenere la posizione.
Neutralità classica. Lavoro diplomatico silenzioso. Nessuna partecipazione militare.
§ 3 Il rischio che nessuno nomina
C'è un dato che i comunicati diplomatici evitano di scrivere in modo esplicito: lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Se l'Iran — ferito, in difficoltà, ma non ancora sconfitto — decidesse di chiuderlo o di minacciarne seriamente il transito, l'impatto sull'economia globale sarebbe immediato e brutale. Non parliamo di un aumento dei prezzi alla pompa di benzina. Parliamo di una crisi energetica che si scaricherebbe sulle bollette, sull'industria, sull'inflazione, sulla coesione sociale europea.
La Germania lo sa meglio di tutti: è un paese industriale, energivoro, già indebolito dagli anni post-Nordstream. Per Berlino questa non è una questione di principi astratti sulla sovranità iraniana — è una questione di sopravvivenza del modello manifatturiero tedesco. Ecco perché Merz chiede di preservare l'integrità territoriale dell'Iran: non per amore della giustizia internazionale, ma perché un Iran dissolto in una guerra senza fine è un Iran che smette di vendere idrocarburi sui mercati ordinati.
§ 4 La Russia guarda e sorride
Mosca ha chiesto il cessate il fuoco, ha condannato l'intervento occidentale, ha parlato di diplomazia. Naturalmente non lo fa per amore della pace: ogni giorno in cui l'Occidente è distratto dal Golfo Persico è un giorno in cui la pressione su Mosca si allenta. Ogni divisione interna alla NATO è una vittoria strategica russa senza sparare un colpo. Putin ha imparato dalla storia sovietica che le guerre degli altri, se ben sfruttate, possono essere occasioni d'oro.
È la vecchia legge della geopolitica: il tuo nemico nemico è il tuo amico provvisorio, almeno finché fa comodo. Teheran e Mosca non si amano, ma condividono la necessità di indebolire l'egemonia americana. E in questa fase ci riescono benissimo, anche solo restando fermi e guardando.
§ 5 Quello che non stiamo dicendo
C'è infine la domanda che nessun comunicato nomina, ma che aleggia su tutto: chi muove le pedine dietro le quinte? Cina, Arabia Saudita, Qatar hanno interessi enormi in questa partita. Pechino ha bisogno di petrolio iraniano e di un ordine mondiale multipolare che ridimensioni Washington. Riad ha paura dell'Iran sciita ma non vuole un Medio Oriente in fiamme che si avvicini ai propri confini. Doha media, finanzia, ascolta tutte le parti.
Come finirà questa guerra dipende più da queste capitali che dai comunicati europei. E questo è — per chi volesse capire davvero la struttura del potere globale nel 2026 — il punto su cui concentrare l'attenzione, non gli annunci del Consiglio Europeo.
Chiudo con un pensiero diretto, del tipo che si dice solo quando non si ha niente da vendere e nessuna poltrona da difendere. L'Europa non ha una linea sulla guerra con l'Iran perché non ha ancora deciso che cosa vuole essere. Vuole essere una potenza autonoma? Un vassallo atlantico collettivo? Un'area di pace che predica mentre gli altri decidono? Finché non risponde a questa domanda di fondo, produrrà solo carta intestata. E la storia, come sempre, andrà avanti senza aspettarla.
