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sabato 7 marzo 2026

Cronache dal Caos


Il Mondo che Brucia — DonE / ccpp
ccpp — Cronache dal Caos del Presente e del Passato
ccpp.
Guerra Iran — Analisi Globale

L'Europa che Guarda
il Mondo Bruciare

Da quando USA e Israele hanno aperto il fronte iraniano, il vecchio continente si è scoperto diviso, pavido e — come sempre — tardo a capire che la storia non aspetta i convegni diplomatici.

Esiste una scena ricorrente nella storia europea: il continente osserva da bordo campo un conflitto che lo riguarda profondamente, emette comunicati stampati su carta intestata e aspetta che qualcun altro decida. Lo abbiamo visto nel 1914, nel 1938, nel 2022. Lo stiamo rivedendo adesso, mentre gli aerei americani e israeliani disegnano scie di fumo sopra Teheran e i governi europei convocano riunioni d'emergenza che producono — come da copione — null'altro che un comunicato congiunto.

Il conflitto con l'Iran è, a oggi, una guerra regionale grave. Non è la Terza Guerra Mondiale, almeno non ancora, almeno non ufficialmente. Ma le conseguenze sono già qui: lo Stretto di Hormuz trema, il petrolio sale, le capitali del Medio Oriente calcolano quanto a lungo possono restare fuori dal fuoco. E l'Europa? L'Europa ha tre posizioni diverse nello stesso momento — il che, tradotto, significa che non ne ha nessuna.

L'Europa unita esiste nei trattati. Nei momenti che contano, emergono tre, quattro, cinque Europe diverse.

§ 1 L'Atlantico non è un muro

Partiamo dai fatti. Washington ha attaccato — o ha sostenuto e permesso l'attacco israeliano, che alla fine è la stessa cosa. La Casa Bianca ha poi fatto pressione sugli alleati europei per ottenere basi militari, cooperazione logistica, copertura politica. Qualcuno ha detto sì, qualcuno ha temporeggiato, qualcuno ha risposto con un sonoro no.

La Francia ha spostato la Charles de Gaulle e ha autorizzato l'uso delle sue basi. Il Regno Unito ha fatto lo stesso, rafforzando anche le posizioni difensive a Cipro. Sono i paesi con una tradizione militare autonoma, con bombe atomiche nei sotterranei, con la consapevolezza che nel club dei grandi si entra solo pagando il biglietto in sangue, o almeno in basi aeree. Hanno scelto di stare col più forte, come fanno di norma.

La fregata Martinengo nel Mediterraneo orientale è la metafora perfetta della posizione italiana: presente, visibile, ma con ordini di non sparare per primo. Una figurina costosa.

§ 2 La Spagna che dice no

C'è però qualcosa di insolito in questa storia, un elemento che rompe lo schema del gregge atlantico: la Spagna di Pedro Sánchez ha rifiutato. Non ha solo «espresso preoccupazione» o «chiesto moderazione» — il registro preferito dell'ipocrisia diplomatica europea. Ha negato l'uso delle basi spagnole agli aerei americani. Ha smentito categoricamente la Casa Bianca quando questa aveva già diffuso la notizia di un accordo che non esisteva.

Questo è un gesto politico di rilievo. Non cambia gli equilibri militari, ma dice qualcosa sul fatto che dentro la NATO esistono ancora margini di dissidenza, che non tutti i governi europei sono disposti a firmare in bianco ogni dossier che arriva da Washington. Sánchez paga un prezzo politico interno per questa posizione: la destra spagnola lo attaccherà, e probabilmente anche alcuni alleati atlantisti. Ma almeno ha una posizione riconoscibile.

🇫🇷 Francia
Allineata / Militarmente attiva

Charles de Gaulle in movimento. Basi concesse. Macron chiede diplomazia a parole, la contradice con i fatti.

🇬🇧 Regno Unito
Allineata / Atlantista

Vicinissima agli USA. Basi disponibili. Cipro rafforzata. Il discorso ufficiale è "soluzione negoziata", la realtà è altra.

🇩🇪 Germania
Prudenza / Diplomatica

Sostiene l'asse USA-Israele contro il nucleare iraniano ma teme il crollo economico e i flussi migratori.

🇮🇹 Italia
Linea intermedia NATO

Coordina con Francia, Germania e UK. Chiede diplomazia. Una fregata in mare come presenza simbolica.

🇪🇸 Spagna
Contraria / Anti-escalation

Sánchez nega le basi USA. Unico governo NATO a dire no pubblicamente e a tenere la posizione.

🇨🇭 Svizzera
Neutrale

Neutralità classica. Lavoro diplomatico silenzioso. Nessuna partecipazione militare.

§ 3 Il rischio che nessuno nomina

C'è un dato che i comunicati diplomatici evitano di scrivere in modo esplicito: lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale. Se l'Iran — ferito, in difficoltà, ma non ancora sconfitto — decidesse di chiuderlo o di minacciarne seriamente il transito, l'impatto sull'economia globale sarebbe immediato e brutale. Non parliamo di un aumento dei prezzi alla pompa di benzina. Parliamo di una crisi energetica che si scaricherebbe sulle bollette, sull'industria, sull'inflazione, sulla coesione sociale europea.

La Germania lo sa meglio di tutti: è un paese industriale, energivoro, già indebolito dagli anni post-Nordstream. Per Berlino questa non è una questione di principi astratti sulla sovranità iraniana — è una questione di sopravvivenza del modello manifatturiero tedesco. Ecco perché Merz chiede di preservare l'integrità territoriale dell'Iran: non per amore della giustizia internazionale, ma perché un Iran dissolto in una guerra senza fine è un Iran che smette di vendere idrocarburi sui mercati ordinati.

La Germania non difende l'Iran. Difende il proprio modello industriale.

§ 4 La Russia guarda e sorride

Mosca ha chiesto il cessate il fuoco, ha condannato l'intervento occidentale, ha parlato di diplomazia. Naturalmente non lo fa per amore della pace: ogni giorno in cui l'Occidente è distratto dal Golfo Persico è un giorno in cui la pressione su Mosca si allenta. Ogni divisione interna alla NATO è una vittoria strategica russa senza sparare un colpo. Putin ha imparato dalla storia sovietica che le guerre degli altri, se ben sfruttate, possono essere occasioni d'oro.

È la vecchia legge della geopolitica: il tuo nemico nemico è il tuo amico provvisorio, almeno finché fa comodo. Teheran e Mosca non si amano, ma condividono la necessità di indebolire l'egemonia americana. E in questa fase ci riescono benissimo, anche solo restando fermi e guardando.

§ 5 Quello che non stiamo dicendo

C'è infine la domanda che nessun comunicato nomina, ma che aleggia su tutto: chi muove le pedine dietro le quinte? Cina, Arabia Saudita, Qatar hanno interessi enormi in questa partita. Pechino ha bisogno di petrolio iraniano e di un ordine mondiale multipolare che ridimensioni Washington. Riad ha paura dell'Iran sciita ma non vuole un Medio Oriente in fiamme che si avvicini ai propri confini. Doha media, finanzia, ascolta tutte le parti.

Come finirà questa guerra dipende più da queste capitali che dai comunicati europei. E questo è — per chi volesse capire davvero la struttura del potere globale nel 2026 — il punto su cui concentrare l'attenzione, non gli annunci del Consiglio Europeo.

— ✦ —

Chiudo con un pensiero diretto, del tipo che si dice solo quando non si ha niente da vendere e nessuna poltrona da difendere. L'Europa non ha una linea sulla guerra con l'Iran perché non ha ancora deciso che cosa vuole essere. Vuole essere una potenza autonoma? Un vassallo atlantico collettivo? Un'area di pace che predica mentre gli altri decidono? Finché non risponde a questa domanda di fondo, produrrà solo carta intestata. E la storia, come sempre, andrà avanti senza aspettarla.

ccpp — Cronache dal Caos del Presente e del Passato  ✦  Articolo di DonE  ✦  Marzo 2026

Le opinioni espresse appartengono all'autore.

domenica 7 settembre 2025

Ma che popolo siamo? Un popolo malato di mediaticità di mezzo.


a cura di Ermanno Faccio

Abstract

La guerra non è un destino ineluttabile, ma una malattia psichica collettiva. Alla luce delle Scritture (Vecchie e Nuove), della psicoanalisi freudiana, della filosofia di Galimberti e della clinica di Recalcati, il fenomeno bellico appare come il frutto di un oblio spirituale, del ritorno delle pulsioni di morte, della crisi di senso della civiltà tecnica e di un delirio paranoico di purezza. La violenza diventa così il sintomo di un contagio mentale che trasforma i popoli in masse deliranti. La guarigione è possibile solo ricordando la fraternità originaria che ci lega, accettando la fragilità umana e scegliendo la via della cura e della memoria al posto delle armi.


La guerra come malattia dell’anima

C’è un passo delle scritture che ammonisce: “Quando gli uomini dimenticano Dio, si scagliano gli uni contro gli altri, e la terra si riempie di sangue”. È il Libro di Mormon a ricordarci che la violenza nasce sempre da un oblio, da una dimenticanza spirituale: l’oblio della fraternità che ci costituisce. Là dove non si riconosce il fratello, si arma la mano.

Freud ci direbbe che la guerra è il ritorno del rimosso: la pulsione di morte, lasciata senza simbolizzazione, diventa padrona del campo. Ma non è un destino biologico: è il frutto di un contagio psichico collettivo. Quando l’Io non regge il peso dell’angoscia, cede alla fascinazione di un nemico immaginario: allora il soggetto si tranquillizza distruggendo l’altro. È un meccanismo nevrotico, ma su scala di popoli interi.

Galimberti aggiungerebbe che la guerra non è solo politica, ma una crisi del senso. Dove il pensiero si atrofizza e la tecnica prevale, l’uomo si riduce a ingranaggio cieco che esegue ordini, incapace di ascoltare la propria voce interiore. La violenza, allora, diventa la scorciatoia per colmare il vuoto di significato. La guerra è la malattia di una civiltà che non sa più pensare l’umano.

E Recalcati ci ricorda che ogni guerra nasce dall’illusione paranoica della perfezione: il nemico sarebbe colui che macchia la nostra purezza, colui che deve essere espulso per poterci sentire integri. Ma è un delirio. Il reale dell’altro non può essere cancellato senza cancellare noi stessi. Il corpo del nemico, ferito e umiliato, è lo specchio della nostra ferita non accettata.

Così, quando i popoli si ammalano insieme, la guerra diventa un sintomo psichiatrico collettivo: un tarlo che rode le menti, un’allucinazione condivisa che trasforma esseri umani in oggetti sacrificabili.

Per questo ogni guerra è sempre follia. Non è l’eroismo degli eserciti, non è la gloria delle bandiere, non è il destino delle nazioni. È l’incapacità di sopportare la fragilità che ci accomuna, la paura dell’altro che ci abita.

Solo un lavoro di memoria, di cura e di pensiero può guarire questa malattia. Solo riconoscendo che non esiste vittoria possibile quando muore un uomo, possiamo liberarci dal delirio.

La guerra non è necessità: è la nevrosi collettiva di un’umanità che ha smarrito il senso. E come ogni nevrosi, può essere curata. Ma la cura non sta nelle armi: sta nel ricordare che l’altro è il mio fratello, e che la sua vita è la mia vita.



Ecco la tabella completa e ordinata, con l’inserimento dei dati di Gaza e Aleppo, secondo le colonne richieste:

# Conflitto (luogo e periodo) Popolazione totale pre-conflitto Durata (mesi) Decessi stimati massimi % popolazione morta/mese % popolazione morta totale
1 Sri Lanka (2009) 400.000 2 70.000 8,75% 17,5%
2 Falluja (2004) 300.000 1 1.000 0,33% 0,33%
3 Mosul (2016–2017) 1.500.000 9 40.000 0,29% 2,66%
4 Grozny (1994–2000) 400.000 36 40.000 0,27% 10%
5 Gaza (2023–2025) 2.300.000 21 60.000 0,12% 2,61%
6 Aleppo (2012–2016) 2.000.000 48 34.000 0,03% 1,7%

Ecco alcune fonti solide e attuali sui dati relativi ai decessi nella guerra a Gaza e nella battaglia di Aleppo:


Dati aggiornati su Gaza

  • AP (Associated Press): al 29 luglio 2025, il Ministero della Salute di Gaza — ente controllato dal governo Hamas — ha riferito che oltre 60.000 palestinesi sono morti nel conflitto durato ormai 21 mesi (dal 7 ottobre 2023) (AP News, The Washington Post).

  • Reuters conferma un dato molto simile: "Oltre 60.000 persone sono state uccise a Gaza" come riportato fin dal 29 luglio 2025 (Reuters).

  • The Lancet, rivista medica autorevole, stimava già al 19 giugno 2024 circa 37.396 decessi in Gaza (The Lancet). Questo evidenzia variazioni nei conteggi — spesso legate a difficoltà nel raccogliere dati precisi, distruzione delle infrastrutture sanitarie e di monitoraggio, e presenza di vittime non registrate o sotto le macerie.

Questi elementi spiegano le differenze nei numeri e le controversie sull’accuratezza dei dati, ma confermano che il bilancio accertato è ben sopra i 60.000 morti.


Dati sulla Battaglia di Aleppo (2012–2016)

  • Secondo la Violations Documentation Center (VDC), tra il 19 luglio 2012 e il 15 dicembre 2016, la battaglia di Aleppo causò circa 31.273 morti registrati, di cui il 76 % erano civili (pari a circa 23.600); il restante 24 % erano combattenti (Wikipedia).

  • Altri monitor come SOHR (Syrian Observatory for Human Rights) riportano circa 21.452 civili uccisi durante quei 1.612 giorni di combattimenti (Wikipedia).

Complessivamente, le stime totali delle vittime (combattenti + civili) di Aleppo oscillano tra 35.000 e 45.000 (Wikipedia).


Tabella aggiornata con fonti attendibili

# Conflitto (luogo e periodo) Popolazione pre-conflitto Durata (mesi) Decessi stimati massimi % popolazione morta/mese % popolazione morta totale
5 Gaza (2023–2025) ~2.300.000 21 60.000 (dato confermato) ≈ 0,12 % ≈ 2,6 %
6 Aleppo (2012–2016) ~2.000.000 48 35.000–45.000 (stima) ≈ 0,06–0,09 % ≈ 1,75–2,25 %

Conclusione riflessiva

I dati confermano che:

  • Gaza, pur drammaticamente tragica, risulta avere una percentuale mensile di decessi inferiore rispetto a conflitti storicamente devastanti come lo Sri Lanka nel 2009.

  • Aleppo mostra proporzioni simili—anche se inferiori rispetto alla battaglia srilankese.

Questo rafforza l'idea che, sebbene il numero assoluto di vittime a Gaza sia altissimo, il contesto di densità abitativa, tattiche di combattimento, e durata del conflitto aiuta a interpretare meglio la portata del disastro—spostando l’attenzione non solo sul numero, ma su come e perché quei numeri emergono.

É possibile  ordinare la tabella in ordine decrescente per % morti mese, o aggiunga ulteriori conflitti per approfondire il confronto,lasciamo ai lettori il miglior studio dei dati.

Altre Fonti 

Chiosa
Con questo non vogliamo giustificare nel modo più assoluto alcun conflitto, che — come spiegato fin dall’inizio — resta sempre il frutto di una follia collettiva. È un punto fermo da cui ripartire: non ci sono attenuanti né spiegazioni che possano trasformare la guerra in necessità storica o in destino geopolitico. C’è solo la responsabilità di riconoscerne la radice psichica e culturale, e di trarne le conseguenze. In questo, più che nelle cifre e nei bollettini, si misura la vera capacità di un popolo di guardare oltre l’odio e scegliere, finalmente, la cura al posto della distruzione.

Di Comitato Redazionale E.F.

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